Mille e uno i validi pretesti per odiare.
Ma c'è una cosa, sopra tante altre meritevoli, che odio con furore cieco: entrare in sala al cinema quando il film è già iniziato. E non parlo mica di minuti. Figurati, mi basta perdere anche solo i primi titoli di testa per provare un reale fastidio.
Benedico il semaforo dietro casa, mi dà il via libera appena gli passo accanto. E mi compiaccio del mio intuito di cacciatore d'asfalto, per aver scovato la scorciatoia libera dal traffico. Mancheranno ancora 500 metri e un quarto d'ora alla proiezione. La pianto di stressare l'acceleratore e divento improvvisamente sereno: in genere, quando arrivo da 'ste parti, riesco sempre a trovare un buco per parcheggiare. Dopo un paio di chilometri la serenità non ricordo più nemmeno cosa sia. Si, vabbé, chiaro che è giovedì sera, epperò è ancora presto e non sono così vicino al girone di Piazza Vittorio, non riesco proprio a capacitarmi di tutto 'sto casino. Capacitarmi? No, balle, sono proprio incazzato. Arrivo in via Rossini e la mia rabbia monta. Ora m'è tutto più chiaro: sono andato a sbattere contro la fottuta congiunzione che ha riempito, nella mia serata, l'Auditorium della Rai e il suo dirimpettaio Teatro Gobetti. Si, ora hai voglia a cercar parcheggio dalle parti del Massimo. M'allontano, ma non c'è verso. Torno su Corso San Maurizio, sfido pure la paura di fare incontri imbarazzanti, che non saprei come gestire, a maggior ragione stasera, quando il mio unico desiderio è quello di non incrociare anima conosciuta e godermi nella pace più totale un film che ho già amato e che ora posso finalmente apprezzare con le sue voci originali.
Due ore e un quarto di pellicola convincono i gestori della sala a programmare l'ultimo spettacolo alle 21.30, orario assai apprezzato da chi finisce di lavorare tardi e vuole rientrare a casa prima che la carrozza ritorni zucca. Ed è pure apprezzato, in genere, perché ti evita le corse da infarto.
Niente da fare, l'orologio avverte che mancano tre minuti all'ora X e io sto ancora battendo i pugni contro il volante, manco la colpa fosse sua. Mi vergogno, i miei principi iniziano a vacillare: ma inizio a pensare che, per un volta, potrei mettere da parte il mio snobismo di maniera ed entrare in sala a film iniziato, ché tanto questo l'ho già visto. Non saprei come chiamarla, se non disperazione, e forse è proprio lei a lanciarmi il segnale atteso. Eccolo lì, bello e servito il mio parcheggio. E proprio nella zona rossa degli incontri non graditi. Al diavolo, adesso ho solo voglia di correre.
Maledico pure a via San Massimo, ché la salita l'avrei evitata volentieri. C'è la fila, ma quando chiedo alla cassiera il mio biglietto sto ancora ansimando. La guardo e vorrei sotterrarmi, perché è pure carina.
Faccio le scale di corsa, sono le 21.35.
Miracolo.
Le luci in sala sono ancora accese, mi tolgo la giacca e prendo posto.
Il piede inizia a battere, partenza.

Girl I want to be with you all of the time
All day and all of the night
Benvenuti sulla nave dell'amore, Radio Rock...
Ma c'è una cosa, sopra tante altre meritevoli, che odio con furore cieco: entrare in sala al cinema quando il film è già iniziato. E non parlo mica di minuti. Figurati, mi basta perdere anche solo i primi titoli di testa per provare un reale fastidio.
Benedico il semaforo dietro casa, mi dà il via libera appena gli passo accanto. E mi compiaccio del mio intuito di cacciatore d'asfalto, per aver scovato la scorciatoia libera dal traffico. Mancheranno ancora 500 metri e un quarto d'ora alla proiezione. La pianto di stressare l'acceleratore e divento improvvisamente sereno: in genere, quando arrivo da 'ste parti, riesco sempre a trovare un buco per parcheggiare. Dopo un paio di chilometri la serenità non ricordo più nemmeno cosa sia. Si, vabbé, chiaro che è giovedì sera, epperò è ancora presto e non sono così vicino al girone di Piazza Vittorio, non riesco proprio a capacitarmi di tutto 'sto casino. Capacitarmi? No, balle, sono proprio incazzato. Arrivo in via Rossini e la mia rabbia monta. Ora m'è tutto più chiaro: sono andato a sbattere contro la fottuta congiunzione che ha riempito, nella mia serata, l'Auditorium della Rai e il suo dirimpettaio Teatro Gobetti. Si, ora hai voglia a cercar parcheggio dalle parti del Massimo. M'allontano, ma non c'è verso. Torno su Corso San Maurizio, sfido pure la paura di fare incontri imbarazzanti, che non saprei come gestire, a maggior ragione stasera, quando il mio unico desiderio è quello di non incrociare anima conosciuta e godermi nella pace più totale un film che ho già amato e che ora posso finalmente apprezzare con le sue voci originali.
Due ore e un quarto di pellicola convincono i gestori della sala a programmare l'ultimo spettacolo alle 21.30, orario assai apprezzato da chi finisce di lavorare tardi e vuole rientrare a casa prima che la carrozza ritorni zucca. Ed è pure apprezzato, in genere, perché ti evita le corse da infarto.
Niente da fare, l'orologio avverte che mancano tre minuti all'ora X e io sto ancora battendo i pugni contro il volante, manco la colpa fosse sua. Mi vergogno, i miei principi iniziano a vacillare: ma inizio a pensare che, per un volta, potrei mettere da parte il mio snobismo di maniera ed entrare in sala a film iniziato, ché tanto questo l'ho già visto. Non saprei come chiamarla, se non disperazione, e forse è proprio lei a lanciarmi il segnale atteso. Eccolo lì, bello e servito il mio parcheggio. E proprio nella zona rossa degli incontri non graditi. Al diavolo, adesso ho solo voglia di correre.
Maledico pure a via San Massimo, ché la salita l'avrei evitata volentieri. C'è la fila, ma quando chiedo alla cassiera il mio biglietto sto ancora ansimando. La guardo e vorrei sotterrarmi, perché è pure carina.
Faccio le scale di corsa, sono le 21.35.
Miracolo.
Le luci in sala sono ancora accese, mi tolgo la giacca e prendo posto.
Il piede inizia a battere, partenza.

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All day and all of the night
Benvenuti sulla nave dell'amore, Radio Rock...
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